Venezia

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Due ore e mezza di treno e una fuga di tre giorni dai problemi quotidiani. 
Venezia è luce e orizzonte che si perde fra mare e cielo mentre si cammina in un’isola che sembra viaggiare in un tempo sospeso. 
Basta uscire dal percorso della transumanza turistica, e ci si ritrova subito liberi. Il tempo ha creato rughe che segnano la città più ancora dei rii e dei canali, ma il fascino rimane intatto, più nascosto, sottile e autentico. 
I fasti passati sono stati catturati dalle grandi creazioni artistiche, gli affreschi dei Tiepolo per me su tutto: scenografici e trionfali nelle chiese e nei palazzi, e meditativi e malinconici a Ca’ Rezzonico. 
Il fascino unico di Venezia è scritto nel percorrere il labirinto di strade che si annoda attorno alla Laguna, una sequela di nomi, di mestieri, di uomini, di sentimenti, di storie,leggende che ne tracciano in un linguaggio musicale il più bel racconto di terra e di acqua. 
Quando vado, sosto al Cannaregio perché rappresenta la parte più autentica e annovera ancora un tessuto sociale visibile, oltre a cicheterie e ristoranti molto validi (Timon, Anice Stellato, Rioba, 40 ladroni, Vini da Gigio…). 
L’altro posto del cuore è l’Arsenale,  testimone  muto della potenza di Venezia e del suo decadimento. Ettari di capannoni ed ettari di mare recintato per costruire tutto quello che occorreva per percorrerlo, corde, legni, ferri, vele, l’organizzazione umana perfetta per la flotta commerciale più potente, che portava ed importava merci ma anche idee e conoscenze. E qui sta il grande lascito della Serenissima. 
Venezia come cerniera fra Oriente ed Occidente. Se sapessimo leggere il passato, o anche solo guardarlo con attenzione, capiremmo come affrontare oggi questioni vissute, affrontate e anche risolte da uomini di mente aperta e coraggiosa e dediti al fare e non al farsi.

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