La Moka del sciur Renato.

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 Mio padre conosce da mezzo secolo Bialetti. Ma si danno ancora del lei “buogiorno sciur Renato”, “buongiorno sciur Tino”.
Oggi ci si manda affanculo dopo trenta secondi, loro due perseverano nel rispetto.
Che poi, la famosa Moka, nome esotico legato al mondo orientale, una zona nello Yemen dove so coltiva una pregiata varietà di caffé, l’ha inventata Alfonso, Bialetti, il papà. Un giorno stava osservando la moglie lavare i panni, si utilizzava la lisciva, come prodotto di una mistura di acqua calda e cenere, e guardò lungamente le bolle che formava la cenere che saliva dal fondo del secchio e pensò all’improvviso alla polvere di caffè e a una caldaietta che facesse passare l’acqua da un filtro fino al contenitore superiore. Il lampo di genio osservando una banale occupazione quotidiana. Il saper guardare oltre la routine, le frasi solite e i rituali stanchi. Non per nulla Omegna è anche il luogo natio di Gianni Rodari e di altri inventori, non di parole ma di oggetti utili: la borraccia, i pinocchietti di legno diffusi ovunque, una pala speciale per spalare la neve e altri oggetti, così si dice.
Dove l’orizzonte è più chiuso e la mentalità più retriva, si aprono ogni tanto squarci infiniti e idee luminose.

Il sciur Renato ebbe l’intuizione, agli inizi del boom economico, di lanciarsi nel nascente mercato di massa: in una Fiera campionaria a Milano fece costruire una caffettiera alta una ventina di metri e tappezzò di manifesti i viali che portavano alla fiera.”ueh quel Bialetti lì l’è propri matt” gli disse una persona osservando perplesso –ma credo anche ammirato- l’ingombrante scultura pbblicitaria. “me par anca a mì” fu la sua risposta.
Non ho mai capito se l’Uomo coi baffi fu disegnato da Paul Campani –modenese a dispetto del nick ammeregano- ad imitazione del volto di Bialetti, o se fu quest’ultimo, con gli anni, ad assomigliare sempre più al marchio. Forse entrambe le cose, un ritratto di Dorian Gray al contrario, l'omino è rimasto lì, nero su fondo alluminio. Mentre il sciur Renato oggi è un distinto signore che sembra uscito da un vecchio film di Sergio Leone, criniera bianca svolazzante, baffoni spioventi, alla guida di una Bentley targata Ticino in mezzo alla carreggiata.
Fatto sta che trecento milioni di caffettiere sono state vendute e l’aroma di caffè è uno di quei profumi che danno senso e piacere alla nostra vita. Grazie all’inventiva determinata del sciur Renato. Ai primi anni sessanta si trovava a Montecarlo, Hotel de Paris, per cercare di vendere il prodotto a riluttanti e spocchiosi clienti francesi. Vide entrare Aristotele Onassis e tutti rivolsero lo sguardo al magnate greco. “Allora mi alzai, vidi che andava in bagno, lo seguii, e mentre era al pissoir gli dissi, in misto francese-dialetto che tanto ci si capisce: monsiò Onassis, mi chiamo Renato Bialetti, so che lei ha iniziato vendendo le sigarette per strada. Ecco, io sono agli inizi della mia carriera, ho un prodotto nuovo che sto cercando di vendere, una caffettiera, se uscendo passa davanti a me e mi saluta, questo mi aiuterebbe molto”. Onassis non disse nulla, sembrò anzi ignorarmi. Dopo qualche minuti comparve, mi passò vicino, sorrise e mi disse –ciao Renato, i tuoi prodotti mi piacciono molto-. –Ciao Ari- risposi – adesso ho da fare, ci sentiamo dopo-. L’affare coi francesi fu concluso. Personalmente, ancora oggi uso la moka o le cialde Lavazza, non solo ripensando a Caballero e Carmencita, ma anche perché a me Nespresso fa cagare, è finto e professionale come il sorriso rassicurante di Clooney. Oggi le moka Bialetti sono prodotte in Romania, la fabbrica omegnese ha chiuso per sempre. Ma i profumi rimangono, siano essi ricordi o sorsi caldi di buon caffè.

 

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